L’ara della Regina posta sul “Pian di Cìvita” è uno dei ritrovamenti archeologici più importanti di Tarquinia: si tratta di un tempio etrusco che veniva utilizzato in antichità per la celebrazione di riti e preghiere. Il tempio con le sue grandiose proporzioni dà la misura dell’importanza di Tarquinia nell’Etruria intera. Gli scavi hanno dato corpo alla possibilità che qui fosse ricordato fin dal VI secolo a.C. l’eroe fondatore della città, Tarconte, di cui resta presumibilmente il cenotafio monumentalizzato da due piattaforme in blocchi squadrati, orientate in senso diverso rispetto a quello del tempio del IV secolo a.C. Della decorazione di questa fase più monumentale restano pochi frammenti in terracotta del frontone tra cui la famosa lastra dei Cavalli Alati, ora conservata al Museo Archeologico Nazionale Tarquiniense.
È possibile che la scena rappresentata fosse l’apoteosi dell’eroe Eracle, antenato di Tarconte, dopo la sua incinerazione sulla pira (credit. Giovanna Bagnasco Gianni).

Nell’ambito del progetto “EtruSCO”, promosso dalla Società Tarquiniense d’Arte e Storia, con il Comune di Tarquinia, in collaborazione con il Gruppo Archeologico del Territorio Cerite e dell’Associazione ArcheologicaMente onlus, Sabato 18 settembre dalle ore 20:00 questo affascinante luogo sarà popolati dai telescopi del Gruppo Astrofili Galileo Galilei che porteranno i partecipanti in un affascinate viaggio tra le meraviglie del cosmo  che avrà come protagonista principale la Luna. “Etrusca disciplina: il ciclo lunare. Il templum celeste dall’Ara della Regina”, questo il tema della serata archeologico-osservativa.

L’aruspicina era l’arte divinatoria di origine etrusca che consisteva nell’esame delle interiora di animali sacrificati per trarne segni divini e norme di condotta. Insegnata secondo la tradizione da Tagete, l’arte aruspicina si basava sulla determinazione del templum, cioè lo spazio sacro su cui si proiettava la suddivisione della volta celeste. Questa si ipotizzava attraversata da due rette perpendicolari: cardo (direzione nord-sud) e decumano (direzione est-ovest). Partendo dalla linea del decumano e andando verso est si delimitava la pars familiaris (dove risiedevano gli dei benevoli, fra cui Tinia e sua moglie Uni), mentre verso ovest la pars hostilis (dove risiedevano gli dei ostili ovvero gli dei dell’oltretomba).

Prendendo invece la linea del cardo e andando verso sud si delimitava la pars antica, mentre verso nord la pars postica. L’intersezione delle due rette (cardo e decumano) ripartivano la volta celeste in quattro quadranti, ognuno dei quali era a sua volta suddiviso in quattro parti. Il cielo era così composto da 16 settori in tutto, ognuno dei quali costituiva la sede di una divinità diversa.

La ripartizione della volta celeste si rifletteva anche su singoli elementi, viventi e non viventi, della Terra, fra cui il fegato e le viscere degli animali. Gli aruspici predicevano il destino studiando attentamente le interiora degli animali sacrificati: se osservavano segni particolari come cicatrici o altre anomalie, confrontavano il fegato con un modello bronzeo (famoso è il fegato di Piacenza, modello in bronzo risalente al I sec. a.C. riportante le ripartizioni e i nomi degli dei) per capire a quale settore del cielo corrispondeva e, quindi, quale divinità aveva mandato quel segno (se era di buon auspicio o meno), per poi cercare di capirne il significato.

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