<< Signore e signori, […]. Oggi è un giorno di lutto e di ricordo. […] Questa è davvero una perdita nazionale. […] Non li dimenticheremo mai, né l’ultima volta che li abbiamo visti, stamattina, mentre si preparavano per il loro viaggio e ci salutavano prima di “liberarsi dai legami ostili della terra” per “toccare il volto di Dio“. >>

Le parole del presidente Ronald Reagan, nella sera del 28 gennaio 1986, risuonarono in tutto il mondo. E continuano a farlo ancora oggi, a 40 anni dalla tragedia dello Space Shuttle Challenger. L’umanità ha perso 7 dei suoi più intrepidi e coraggiosi eroi nel tentativo di riuscire a toccare le stelle:

Francis R. Scobee, comandante
Michael J. Smith, pilota
Judith A. Resnik, specialista di missione
Ellison S. Onizuka, specialista di missione
Ronald E. McNair, specialista di missione
S. Christa McAuliffe, insegnante nello spazio
Gregory B. Jarvis, specialista di carico

Le temperature gelide di quelle settimane avevano causato numerosi ritardi, e il 28 gennaio la situazione non era affatto diversa. Tuttavia, si decise di partire e così, alle 17:38 ora italiana, lo Space Shuttle si sollevò da Terra e decollò con successo dalla rampa di lancio 39B in Florida.

 

58 secondi dopo il decollo, alla volta dell’ultima missione operativa del veicolo Challenger, denominata STS-51L, ad una quota di 14.000 metri sopra il Kennedy Space Center della NASA, una saldatura nel motore laterale destro del veicolo si rompe. La guarnizione O-ring, che dovrebbe compensare il cedimento, fallisce a causa delle rigide temperature che limitano la flessibilità del materiale.

Appena 15 secondi dopo, le fiamme avvolgono il veicolo e ne compromettono l’integrità strutturale, portando alla perdita di controllo del razzo e alla sua disintegrazione.

Dal rapporto sulla morte dell’equipaggio, si legge che il comparto abitativo dello Shuttle sopravvive alla deflagrazione e prosegue la sua salita. Inoltre, emerge che almeno 3 delle 7 riserve di aria degli astronauti vengono attivate manualmente pochi istanti dopo l’esplosione. 2 minuti e 45 secondi dopo il decollo, ciò che resta del veicolo impatta contro la superficie dell’oceano ad una velocità di oltre 300 km/h: ogni possibilità di superstiti viene spazzata via.

L’immane sacrificio compiuto da questi eroi, e da quelli delle missioni Apollo 1, STS-107 (Columbia) per gli Stati Uniti, Soyuz 1 e Soyuz 11 per la Russia (URSS all’epoca degli incidenti), ci ricorda che, purtroppo, l’errore è parte integrante della ricerca, dell’esplorazione. Ci ricorda che tutto questo fa parte del tentativo di ampliare gli orizzonti dell’uomo, della conoscenza e dell’ingegno. Richiamando le parole di Reagan:

<< Il futuro non appartiene ai deboli di cuore; appartiene ai coraggiosi. L’equipaggio del Challenger ci stava trascinando verso il futuro e noi continueremo a seguirlo. >>

 

Gianni Pampersi